Ascoltare noi stessi vuol dire capire ciò che NON stiamo dicendo a parole, mentre le nostre Emozioni parlano chiaramente o urlano.

di Paolo Bernardi (Ricercatore e Coach)

La frase più nota è la seguente: “Ascoltare vuol dire capire ciò che l’altro NON dice“; tuttavia è ormai assodato che il rapporto che abbiamo con noi stessi, può essere da noi stessi ascoltato, con risultati molto importanti sul nostro benessere interno ed esterno. La ricerca in ambito Neurofisiologico e Psicologico lo ha dimostrato ed oggi questo ascolto è utilizzato anche nelle principali forme di cura e sostegno a chi ha disturbi e/o patologie di carattere psicologico-funzionale.


Le nostre Emozioni – nel bene e nel male – sono anche ciò che doniamo agli altri.


Tuttavia non è necessario essere “malati” per beneficiare della capacità di auto-ascolto, anzi, è proprio in condizioni di salute e benessere, che l’apprendimento e la pratica delle tecniche di auto-ascolto, può dare risultati sorprendenti ed ampi miglioramenti negli ambiti della sfera privata e professionale. Perché avvengono tali miglioramenti?

Fondamentalmente il miglioramento ed i risultati arrivano per due ordini di motivi. Il primo è che si iniziano a gestire le proprie emozioni, attenzione non a controllarle ma a gestirle e sono due cose ben differenti. Il secondo è che si diventa un “polo magnetico” e chi è vicino a percepisce il nostro cambiamento a livello di frequenza energetica ed inizia ad esserne attratto e questo ci da maggiore soddisfazione nel supportare gli altri e noi stessi per il raggiungimento di risultati comuni.

Nelle mio Programma di Coaching (Allenamento Relazionale) svolgo sessioni individuali di circa un’ora durante la quale il mio Coachee (il cliente da me Assistito) può apprendere le tecniche di auto-ascolto ed iniziare da subito ad avere risultati. Grazie all’approccio breve e strategico che utilizzo, i miglioramenti si hanno in genere già alla prima seduta e sei sedute sono sufficienti per stabilizzare i risultati. Per quanti fossero interessati a saperne di più oppure a fare una seduta di prova, c’è il seguente indirizzo email che dedicato

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Progetto dalet-cnv: dedicato alle persone.

” Dalet è la quarta lettera dell’alfabeto fenicio e significa “porta”. Ho trovato che il concetto stesso di “porta”, inteso come elemento di passaggio, coincide con tutti i momenti cruciali della vita di noi esseri umani. “

  • Attraversiamo una “porta” quando finiamo gli studi ed entriamo nel modo del lavoro e non torneremo mai più studenti: potrai forse iscriverti ad un corso ma entrato nel modo del lavoro, passata quella “porta”, non tornerai più indietro.
  • Lo stesso vale per molte altre situazioni: la maternità o la paternità, il passaggio delle decadi (dai 20 ai 30 anni e poi dai 30 ai 40 anni e così via), anche l’essere in coppia con un partner con il quale si intrattiene una relazione stabile, comporterà che non potrai più essere qualcuno che non ha mai avuto una relazione stabile. Per questi motivi, il concetto di “porta” mi è sembrato davvero cruciale.
  • Il PROGETTO DALET CNV si propone di promuovere la crescita personale di ciascuno, attraverso il ribaltamento dei problemi, prima in opportunità e poi in soluzioni. Le iniziative del Progetto DaletCNV sono numerose.

Cosa sono le critiche che riceviamo?

Secondo l’impostazione di dalet-cnv, le critiche che riceviamo sono bisogni altrui che vengono espressi sotto forma di critiche nei nostri confronti.

In poche parole, quello che è stato provato da parte degli studi sulla CNV (Comunicazione non violenta) è che ogni volta che noi riceviamo una critica, si tratta in realtà di un bisogno alienato (cioè non consapevole) di chi emette la critica: essere consapevoli di questa dinamica può liberare le persone dalla difficoltà di comunicazione. Eh già perché noi persone, quando comunichiamo, ci arrabbiamo e volte anche parecchio!

La comunicazione infatti può essere molto violenta, erigere dei veri e propri muri, far nascere incomprensioni, antipatie e molto altro. Questa potenzialità di violenza è spesso del tuto inconsapevole per noi persone normali che siamo state abituate ad interagire con modalità comunicative “spontanee”; tuttavia può essere del tutto indesiderato che la nostra comunicazione generi problematiche ed incomprensoni, soprattutto quando si tratta di rapporti interpersonali molto stretti.

Così, se qualcuno mi dice “dovresti vestire in modo meno trasandato”, questa “critica” esprime il suo bisogno di vedere persone vestite in modo meno trasandato. La comprensione di questo fatto, determina per me che ricevo la critica, la possibilità di non sentirmi attacato, permettendomi di evitare qualsiasi risposta che possa ferire l’altro. E se io saprò accogliere quella necessità dell’altro (non è necessario che io cambi modo di vestire), tra me e l’altro non scatterà alcun meccanismo di sospetto e di successiva comunicazione violenta.